"La bambina invisibile"
“Ero preoccupato per te, Sally. Tu eri l’unica bambina che aspirasse a confondersi con le pareti.” Lei capì l’allusione. Da bambina non era né carina né brutta, né alta né bassa, riconosceva la propria voce solo quando cantava nel coro. Si sentiva una bambina invisibile. [...] Gli audulti, nella sua memoria, le camminavano accanto tenendo conversazioni sopra la sua testa, e lei diventava sempre più piccola, invisibile". Caroll O’Connel, Susan a faccia in giù nella neve Ho letto per la prima volta la teoria della “bambina invisibile”, in questo bel romanzo uscito qualche anno fa, tanto avvincente, ricordo, da farmi finire le ultime pagine durante un viaggio in macchina – cosa che non faccio mai, per evitare la nausea. L’autrice usa questa espressione per descrivere la bambina usata come complice involontaria da un pedofilo per attirare in trappola la vittima designata. Ma sono sicura di aver letto qualcosa di simile in altri libri (credetemi, anche se non ho appuntato il titolo), che hanno dato credibilità a quella che per molto tempo era rimasta una vaga sensazione. Sono stata anch’io una bambina invisibile. A scuola me la sono sempre cavata bene, ma c’era sempre qualcuno che appariva migliore. Mia sorella era carina, io, invece, ero “un tipo”. Alle feste (alle quali non sempre venivo invitata perché “tanto non conoscevo nessuno”) anch’io tendevo a confondermi con le pareti. E non solo durante le feste… Intendiamoci, ho avuto anch’io i miei momenti di gloria: qualche soddisfazione me la sono presa, ma le sensazione è rimasta e ad alcuni episodi della mia vita – quelli “famosi” che racconto per divertire gli amici e per fare un poco di autoironia -, se ne sono aggiunti ultimamente alcuni che hanno confermato la tesi che esistono anche “le signore invisibili”: io sono una di loro. L’ultimo episodio risale al mese di agosto. Dovete sapere che ho trascorso le vacanze sul lago di Garda dove vive (almeno così avevo letto) anche la scrittrice Paola Barbato. Perché non approfittare di questa vicinanza, ho pensato, per incontrarci, chiacchierare, conoscerci e, magari, trovare qualcosa da fare insieme? Devo premettere che la mia estate è stata un’estate all’insegna delle visite, nel senso che ho invitato molte persone a trascorre uno o più giorni con me, al lago, e in diversi hanno accettato. Così, il giorno dell’appuntamento con la scrittrice, c’erano anche i miei suoceri, mia cognata e mia nipote. Mentre io prendevo un caffè chiacchierando amabilmente con Paola, mio marito usciva con i parenti e le chiavi rimanevano alle mie due figlie, in piscina con le amiche e quindi irraggiungibili. Ma per rientrare, pensavo, non ci sarebbe stato nessun problema… “Mi può aprire, per favore?” ho chiesto al custode. Lui mi ha guardato da dietro il vetro e non mi ha aperto. Si è limitato ad uscire dal suo locale e a osservarmi da sopra le lenti degli occhiali. “Mi può aprire, per favore?” ho ripetuto, sfoggiando un sorriso amichevole e tanta sicurezza. “Le aprirei volentieri” mi sono sentita rispondere, “se solo mi volesse dire da chi vuole andare”. Vi rendete conto?! Avevo trascorso lì più di tre settimane. Senza contare tutti i week-end precedenti. Senza contare che l’anno scorso, quando il residence era ancora in fase di costruzione, ci saranno state sì e no cinque famiglie, ed io ero lì. Il custode, però, non si è accorto della mia esistenza! Per lui, come per altri, io sono risultata “invisibile” – questa è l’unica spiegazione logica. A peggiorare la situazione, poi, è arrivata la mia cara amica Barbara (alla quale dedico questa pubblica confessione) che dall’interno, senza sapere che cosa stava succedendo, ha ammonito il custode dicendo: “Non apra, signor Giovanni, quella non è la signora Lidia, è una sua sosia!” Il signor Giovanni in questione si è giustificato dicendo: “Siete in tanti, non posso mica conoscervi tutti!” Qualcuno penserà che questo episodio non possa considerarsi significativo, ma, credetemi, è solo uno dei tanti che non fa che confermare questa mia condizione di estrema solitudine, di grande isolamento. Immagino sia un atteggiamento che, inconsciamente, io stessa provoco. Metto une specie di distanza fra me e le persone. Avrò subito qualche trauma infantile? Devo forse scavare nel mio passato per trovare chi o che cosa mi ha ridotto così? L’unica consolazione sta nel fatto che io condivido il mio “passare inosservata” con almeno tre o quattro personaggi letterari. Se qualcuno dovesse trovarne altri, o volesse aggiungersi in questo club esclusivo, non ha che da scrivermi!





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