Gennaio 2007

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    Una vita da lettrice - gennaio 07

    di urkalg (31/01/2007)

    L’idea definitiva me l’ha data Nick Hornby con il suo Una vita da lettore che ho recensito per Wuz.

    Ovvero, ero già convinta che potevo scrivere di libri scrivendo, in generale, delle mie  letture e del filo che le lega, curandomi anche del fatto che l’umore, il morale, il clima familiare, le vicende lavorative, lo stato di salute influiscono sul mio rapporto con la carta stampata. Io considero ancora un libro un bene prezioso: credete che non mi sia mai sorto un dubbio, che non mi sia mai sentita in qualche modo portata a parlarne in positivo per il solo fatto di aver ricevuto un libro gratuitamente dalla casa editrice? È vero che, poiché non mi pagano per scrivere, la mia libertà di pensiero è notevolmente facilitata, ma quando ho letto che anche la rivista su cui Hornby ha pubblicato le sue non-recensioni gli aveva imposto di NON STRONCARE, così che gli scrittori avessero la certezza che in quell’angolino di mondo nessuno li avrebbe presi a sberle, mi sono sentita definitivamente dalla parte della ragione.

    Un orientamento, questo, che in tutti questi anni, inconsapevolmente, ho portato avanti ovunque mi veniva dato spazio per le mie recensioni: chi sono io per salire su un pulpito e fare la predica o sputare sentenze? Considero la lettura un’esperienza troppo personale e soggettiva per poter dare giudizi assoluti. Credo che il tempo possa in qualche modo essere giudice del validità di un’opera, anche se a volte non garantisce alcuna forma di giustizia letteraria, perciò lascio fare a lui.

    Leggo, dunque, e cerco di trovare sempre qualche elemento di interesse, convinta che chi legge ciò che ho scritto sappia valutare in autonomia se si tratta di un libro che può adattarsi ai suoi gusti.

    Ma l’idea che mi mancava era quella che lo scrittore inglese ha messo in pratica sulle pagine della rivista Belivier: un articolo a fine mese che raccolga tutte le impressioni sulle sue letture, sui libri scelti e letti in quel periodo.

    Non so se riuscirò a mantenere il tono ironico e leggero di Hornby, ma di certo mi si impone una certa disciplina nell’aggiornare questo Blog, che, diciamocelo, ho un po’ trascurato.

    C’è un motivo se Libri e vita non funziona a dovere e non è perché non ho niente da raccontare.

    Sono convinta - perché l’ho sperimentato fin dall’adolescenza -, che riesco a scrivere qualcosa di interessante solo quando sto veramente male. Una certa sofferenza ispiratrice, dovuta ad una delusione, una perdita, un dilemma esistenziale, mi porterebbe cioè ad elaborare, di getto, pensieri profondi e sentiti. Visto che ora non sto male e non ho niente di particolare da scrivere, penso di ave bisogno di un rinnovamento: una visione più positiva ed ironica della mia vita ed una maggiore metodicità.

     

    Ecco dunque l’elenco dei libri di gennaio (non scriverò di tutti, perché l’ho fatto altrove, ma scriverò solo qualcosa di diverso dalla recensione ufficiale):

     

    Libri letti:

    • Larry McMurtry, L’ultimo spettacolo
    • Larry McMurtry, Hud il selvaggio
    • Gerardo Giordanelli, Le parole e le cose
    • Daniela Salmoiraghi, La punizione
    • Cristina Rubino, La promessa di Matilde
    • Paolo Starni, Instabile Miscellum Genus
    • Patricia Duncker, Sette storie di sesso e morte

     

    Libri di cui troverete notizie in questa sede:

    • Larry McMurtry, L’ultimo spettacolo
    • Patricia Duncker, Sette storie di sesso e morte

     

    Larry McMurtry, qui in Italia, è stato ignorato per anni, almeno fino a quando Seba Pezzani, il traduttore di questo autore, come di altri, tutti molto importanti, non ha insistito perché venisse pubblicato da Mattioli 1885. Come ho già scritto altrove, questo fatto mi ha ricordato molto Pavese, Vittorini e la Pivano, quando c’era tutto un universo americano da scoprire e da far scoprire. Seba Pezzani è un ragazzo in gamba, non devo certo dirglielo io… e McMurtry ha tante buone qualità (dei due romanzi, devo dire di aver preferito L’ultimo spettacolo), non ultima quella di farti davvero entrare nel cuore di una certa America, il Texas, in questo caso, in compagnia di personaggi che, davvero, ti rimangono vicini anche quando hai chiuso il libro. Ma c’è una questione che devo affrontare.

    In questo romanzo vengono descritte, e molto bene, alcune scene di sesso (ragazzi/ragazze, ragazzi/animali, adulti/adolescenti…) che però, a differenza di altri libri, non mi hanno eccitato durante la lettura. Ora, io questo lo considero un pregio, perché significa che l’autore ha saputo mantenere quella giusta distanza che aiuta il lettore a non essere travolto da ciò che legge – dal sesso in questo caso. Ma è poi giusto che uno non venga travolto da quello che legge, o la lettura dev’essere qualcosa che coinvolge completamente il lettore? Riguardo il sesso, io sono sempre stata  piuttosto scettica: è come per i film americani - di qualsiasi genere essi siano - che non sanno rinunciare ad una scena sesso anche – o proprio – nel momento meno indicato. Così, nei libri, trovo che a volte si pensi che una scena un poco spinta sia un valore aggiunto, e per questo irrinunciabile. Come se qualche parte intima femminile e un amplesso travolgente possano venire in aiuto ad una trama sta languendo. In McMurtry non è così: il sesso fa parte dei personaggi, è un aspetto fondamentale della loro età e per questo - nonostante qualche eccesso che però rimane piuttosto divertente -, naturale.

    E a proposito di sesso…

     

    Ho conosciuto Patricia Duncker, almeno virtualmente, l’anno scorso. Avevo apprezzato la possibilità di entrare nei meandri più nascosti di un libro e del suo scrittore, grazie ad un’intervista per Demoni e muse. Mi sono sempre chiesta se le interpretazioni date dai critici – quelli seri - corrispondessero ad intenti precisi dello scrittore, o se piuttosto non fossero frutto di una visione del tutto personali della loro personale lettura e. Ecco, nel caso della Duncker, i riferimenti, i collegamenti, ci sono davvero: me lo ha spiegato lei e la cosa mi rincuora alquanto. Ma il destino di alcuni autori (vedi sopra) è alquanto strano: quello della Duncker le ha fatto pubblicare in Italia i romanzi in un ordine cronologico che è esattamente contrario a quello di uscita in Inghilterra. Fatto sta che, anche se a ritroso, trovate in libreria Sette storie di sesso e morte, un  titolo che non rende giustizia al contenuto del libro. Che siano sette, le storie, è sicuro, ma non tutte sono di sesso e di morte. Anzi, l’ultima, quella che io ho trovato particolarmente spassosa, racconta di un’autrice di teatro che, trasferitasi in Francia durante l’estate per poter scrivere in tutta tranquillità, deve invece fare i conti con i vicini piuttosto turbolenti. E se l’unico modo per ottenere un poco di pace è quella di mettere in piedi, grazie a delle registrazioni televisive, una lite fra amanti, l’espediente si può riutilizzare, almeno fino a quando il presunto colpevole non viene individuato fra gli attori di una pièce che si sta recitando sotto un forte temporale all’aperto… Ho appena ricevuto le risposte alle mie domande per una nuova intervista che ha confermato l’impressione che avevo già avuto: la Duncker sa di quello che scrive i riferimenti ad Ovidio, ad esempio ci sono, anche se il lettore a prima vista può non accorgersene - il che la colloca in una posizione diametralmente opposta alla mia concezione di scrittura come espressione impulsiva di un moto dell’anima.

     

     

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